Dalle stelle alle stalle (dalle stalle alla luce) 

 

Era doveroso un lavaggio delle sozzure contratte negli anni dello spettacolo da protagonista borioso e ingordo. Perciò, dopo l'India, in quel periodo dove il Signore rimise a posto le strade, non solo c'era un 

pentimento, ma anche un atteggiamento diverso. Ero più sottomesso, forse più umile, avevo l'umiltà del cane bastonato che è paura del Padrone della Vita, certo, però era già qualcosa. Mi rivolsi all'agenzia per la quale prima lavoravamo come gruppo musicale per lo spettacolo e riuscii ad avere un posto come scaricatore di strumenti. Quando iniziai a lavorare con gruppi famosi, accettai il fatto di essere all'ultimo posto, anche perché quell'esaurimento, quel senso di colpa delle azioni passate mi aiutavano ad essere umile e a vivere nelle zone degli ultimi. Il gruppo famoso arrivava con grosse auto quando tutto era già montato sul palcoscenico, tutto come volevano loro perfino la direzione dei cavi, poi dopo poche prove strumentali se ne andavano... ma non ero io quello che nel passato si incendiava di collera per delle cose messe male? E quei poveri fratelli che 

sgobbavano tutto il giorno, non dovevano anche sorbirsi urla da rompere i timpani senza fiatare? Che bravo ragazzo!!! Ora ero io che dormivo nei ripostigli, che montavo e smontavo gli strumenti ad ore impensabili. Ero io che venivo guardato dall'alto in basso e sbattuto in un angolo e silenzio!! 

Altrimenti ce ne sono altri! Mi stava bene e mi ha fatto bene, dover sopportare bassezze e meschinità umane che in quegli ambienti pieni zeppi di "occasioni" sono all'ordine del giorno e della notte. Il mio cuore si 

allontanava da quel mondo nel quale il Signore non mi voleva. Una chitarra usata male ti può mandare all'inferno. L'occasione del peccato poi sembrava far parte del contratto. Beati gli artisti seri, che dicono no a 

queste occasioni, che vanno per la giusta strada e distribuiscono i loro tesori festosi che rallegrano e dissetano i cuori riarsi in questo deserto che a volte è la vita! Beati quegli artisti la cui musica è come il suono delle 

trombe di Gerico che abbatte le mura della città di satana!Eravamo in un grosso locale da ballo della Liguria. Facevo il tecnico per Amanda Lear, ero all'occhio di bue che è un grande faro che può 

restringere o allargare il cerchio di luce che si staglia nitido sullo sfondo del palcoscenico. Questo faro, essendo potente, illumina l'artista evidenziandolo così da tutto il resto che rimane nella penombra. Tutto è 

studiato affinché, oltre l'orecchio anche l'occhio abbia la sua parte... in sovrabbondanza! Amanda Lear era fotomodella di Salvador Dalì quindi in queste serate intervenivano importanti personaggi del mondo dello 

spettacolo e non, per vedere, parlare, e non so che altro. Quella sera c'erano i Pooh, il grande tennista italiano Panatta, l'attrice Dalila di Lazzaro e altri che non ricordo. Dopo lo spettacolo ci fu una cena dove tutti erano 

seduti ad un lungo tavolo, i giornalisti quasi urtavano i camerieri nel via vai del servizio ed i flash accecanti restringevano la visuale e anche i pensieri. Io ero seduto a fianco di Dalila di Lazzaro e accanto a lei c'era Panatta. Non avevo chiesto io di sedermi lì, mi ci avevano messo. C'erano dei momenti 

che credevo di essere chissacchi, ma lo sguardo di alcuni artisti (i Pooh) mi ridimensionava. Ero il cagnolino che va alla mensa del padrone a chiedere le briciole di notorietà, che va a rubare la vanagloria, anche se non 

scodinzolavo più di tanto. Mi assalì quindi una tristezza, formata dal vuoto della mia ricerca, anche su queste “vette” dell’ambiente artistico-musicale non trovavo quello che cercavo, perché quello che cercavo, cercava me ed era da un’altra parte. 

Per un breve periodo di tempo feci questo lavoro, poi ebbi una crisi di rigetto. Non ero fatto per quell'organismo. Il Signore mi mostrò i retroscena, gli angoli bui del palcoscenico, l'infelicità della ricerca della vanagloria, e forse fu quel giorno che, durante una tournee, mi ritrovai alla 

sera sul furgone degli strumenti musicali, guidato da un altro, con in mano una bottiglia di vino, che pesava sempre di più; l'avevo presa pensando che, per quel lavoro che avevo fatto, fosse giusto questo esproprio. Era 

l'unica cosa che avevo in mano, il tramonto e il cielo rosso cupo mi facevano pensare: “Ma che cosa sto cercando? Che cosa sto facendo? Questa bottiglia è rubata!” Ero in giro per l'Italia con una bottiglia di vino 

rubata che sembrava dicesse "Sono la tua ricompensa". Adesso basta! Dopo breve tempo altri fatti che mi vergogno a raccontare mi fecero allontanare definitivamente da quell'ambiente e trovai un lavoro più onesto, più adatto: un lavoro per il quale mio padre mi aveva fatto studiare quattro anni e mi 

sentii meglio. Ma anche lì capii che non ero a posto, perché il contatto con gente virtuosa, seria, credente, mi mise con le spalle al muro, e vidi così la mia miseria. Per ritrovare la pace e la serenità dovevo aspettare ancora del tempo, e questo avvenne quando tornai alla Chiesa a confessarmi, a riconciliarmi con Dio che è padrone e Signore di tutte le cose. Sciolte le catene e i lacci, potei respirare aria pulita, ringraziare e sorridere finalmente alla vita, senza la vergogna che rimane incollata addosso come il mantello pesante e oscuro delle cattive azioni. 

.....

fine 1 parte:

L'uomo e la donna o tra i rovi o tra i gigli.

 

Le prime attrattive uomo-donna, nella giovane età, erano piene di poesia. Con un amico

andavo nei paesi vicini per vedere e magari incontrare le ragazze, perché la dolcezza del cuore

femminile, la grazia e il mistero, essendo una attrattiva normale e naturale, facevano quei

momenti importanti e vitali. Era un fiore che sbocciava con il suo profumo e la sua bellezza.

Nel paese eravamo controllati e non osavamo più di tanto. Controllati giustamente perché

inesperti come eravamo avremmo potuto fare dei danni. Il controllo era l'occhio

amorosamente vigilante dei genitori, dei parenti e degli amici dei genitori. Così i primi amori

in quei tempi erano belli, pieni di poesia, di battiti di cuore, di manifestazioni amorose dove la

prudenza, il senso del pudore, e il timore di Dio regnavano ancora. L'avvento di nuove

ideologie che fanno presa sui giovani e sugli inesperti, però hanno di nuovo spostato il centro

che è l'ordine creato, la verità, l'armonia. Per egoismo e sensualità hanno dirottato l'uomo

creatura di Dio che va verso Dio con l'astuzia ereditata nel peccato da Lucifero, sempre spirito

di luce, ma di luce falsa, deviante, devastante, per direzionarlo verso l'amor proprio, l'egoismo,

l'orgoglio, tutti attributi luciferini. Anche la sfera affettiva, naturale sentimentale è devastata

dalla menzogna egoista, così l'attrattiva uomo - donna è manipolata e gestita dall'istinto senza

la ragione, senza il vero amore. Il piacere sensuale personale, prende il posto del casto amore

reciproco. L'edificio costruito da Dio viene smontato e ricostruito in un nuovo progetto

firmato da falsi profeti. "Io sono mio e mi gestisco io" era un grido che sentivo negli anni '70 e

che a volte, nella confusione anch'io ho urlato. Era ed è il sentiero dell'egoismo che sulle

montagne della vita finisce sempre in un dirupo.

Molti caddero in questo dirupo (anch'io) perché il fomite della concupiscenza, ereditato dal

peccato originale, ci fa tendere alla trasgressione. E se non c’è la preghiera, facilmente ci si

cade. Così il fidanzamento perdette tutta la poesia, la bellezza e la prudenza vennero

allontanate a forza dall'istinto egoista. Non si passeggia più mano nella mano, non ci si vede

più alla fine della Santa Messa, lì fuori dalla Chiesa, ora si cerca un posto nascosto, buio dove

al più presto fare quello che Dio non vuole pensando che così si è adulti, liberi. "Adamo dove

sei? Perché ti sei nascosto? Cosa hai fatto?"

In quegli anni la donna divenne un oggetto di piacere (e l'uomo anche). Relazioni consacrate

all'ipocrisia, il mercato del sesso dove con le altre due "esse" formava la trinità blasfema in cui

credere, vivere, morire. Sesso, Soldi, Successo. Ancora oggi questo sssibilo di satana miete

vittime, e quel vile piacere carnale, lontano galassie dall'Amore, viene presentato come frutto

prelibato, ma l'amaro nel cuore e nell'anima è l'effetto del veleno che c'è in esso. Alcuni amici

e amiche di quei tempi, rimasero onesti e ora sono sposati con figli ormai grandi, famiglie

queste che sono ancora una fortezza, una piccola Chiesa, e i figli, pur nella loro fatica di

esistere, sono felici e sono quelli che porteranno avanti la vita su questa terra, grazie a Dio e ai

loro virtuosi genitori e a suo tempo riceveranno il premio dovuto. Questa è la prova che

anche a quei tempi di bufera si poteva dire no! alla triade del non serviam... è così bello e

buono tutto ciò che Dio ha creato. Perché ribellarsi? L'egoismo distorce il bello, la Grazia

invece trasforma e fa risplendere di bellezza.

A distanza di anni la maturazione umana e spirituale, grazie alla Grazia e alla ascesi, mi

hanno portato molto più vicino alla Verità, e qui all'Eremo non molto tempo fa, con il cuore

pulito, sulla porta della Chiesa all'uscita dopo la Santa Messa per un dialogo che non potevo

fare ad occhi bassi, vidi occhi di donna in un volto dove tutto era debitamente proporzionato.

Come il bene è diffusivo, così il bello tende a manifestarsi. La Claritas su quel volto parlava di

un'anima candida, casta, virtuosa.

Dopo un attimo dove l'intelligenza e non i sensi ebbe una breve contemplazione estetica,

data la Claritas pulchri, abbassai lo sguardo, non solo per non allarmare con un insistente

attenzione il casto pudore femminile e perché la Prudenza che frena la cecità dell’istinto fu

richiamata sul posto, ma anche perché tutto ciò mi rimandava a Dio. E allora dico dentro di

me: "Perché anche qui abbiamo rovinato quella meraviglia che è tutto ciò che Dio ha creato?

Perché abbiamo addentato con la bava alla bocca quel frutto avvelenato? Perché vogliamo

essere come gli animali e non come gli Angeli? Perché ascoltiamo quel maledetto serpente

schifoso che ci odia? E lo sappiamo che dopo quel morso avvelenato ci si sente colpevoli.

Purtroppo molti ora hanno la coscienza che è coperta dalle squame verdastre dell'abitudine

egoista, che copre la voce di Dio, così si sta male e non si sa perché. Si buttano le perle nel

fango, si calpestano. I gigli vengono falciati e nascono i rovi del malessere, le tenebre

dell'egoismo. La Santa Chiesa riporta un eco... "Io Sono Dio" e non "io sono mio". La Santa

Chiesa è Madre e ti può educare. Nel dolcissimo Cuore Immacolato di Maria, lì c'è la tua

scuola. Non andare a Babilonia la prostituta, rimani nelle valli dei gigli, indossa le perle che il

Creatore ti ha donato. Gesù è l'Amore che unisce. Amare non è cibarsi di frutti proibiti. Dio è

Amore.

fine 2 parte:

Minucciano 19 Marzo 2014 – Festa di San Giuseppe

 

Carissimi amici,

qualche anno fa, uscì in Italia un libro sugli eremiti. Molto professionale, brava persona, ottima scrittrice, l’autrice del libro Espedita Fisher, ma sull’ortodossia dell’Eremitismo è un po’ … di manica molto larga. Quindi in questo libro “Eremiti” c’è un po’ di tutto.Tra questo “tutto” c’è anche l’intervista al “cantante rock che si è fatto frate”, tratta e sunteggiata dagli scritti autobiografici da me redatti quasi una decina di anni fa su obbedienza dei superiori. Purtroppo la differenza tra gli originali ed il sunto è la stessa che passa tra una lettera ed un telegramma.

 

Ora questa intervista viene pubblicata sul sito del Biglietto per l’Inferno per quegli amici interessati su che cosa può fare Dio da un cantante rock iperagitato. Come prefazione di S. Agostino e poi … buona lettura e meditazione.

 

PS: Mi pare la mamma di un giornalista, che tempo fa lesse tutti gli scritti autobiografici, mi disse: ”Ma frate Claudio, non pensavo che ne avesse combinate così tante!” Quindi durante la lettura tenetevi saldi sulla sedia. E alla fine, vi prego, dite una preghiera per me affinché possa continuare a dar lode a Dio. Grazie. Vostro amicissimo e vicinissimo.

 

ESPEDITA FISHER– La rosa nascosta In fondo bastava rassegnarsi a vivere in una cella! Poteva riuscirci Pepito, il pappagallo australiano, perché non io? Si era giocato la libertà beccando i fili della corrente pubblica, Pepito il pappagallo eremita. l’avrei conosciuto mollo tempo dopo in uno dei luoghi più magici della terra, la spiaggia di Capocolonna, Ma a quell’epoca ancora non capivo perché dovessero morire di freddo e spaccarsi la schiena di lavoro, i monaci. Barba lunga, tonaca nera, cordone ai piedi, sandali. Fra’ Claudio sembrava più anziano della sua età, cinquantasette anni, Come di consueto me ne innamorai. Dopo una breve infatuazione, sopraggiunse la fase visionaria: lui era san Francesco. Stessi occhi, stessa acconciatura, stessi sandali. San Francesco, dopo qualche giorno che risiedo all’Eremo di Minucciano, mi accompagna in una passeggiata sulle Alpi Apuane. Ascoltiamo le canzoni degli alberi, le montagne sono impenetrabili. Forse le preghiere degli eremiti creano una cortina di protezione tra le piante, gli animali e noi bestie. Fra’ Claudio intanto parla del loro carisma, e del perché si sia fatto monaco. Ma io di san Francesco conosco già la vita e le fonti, ragion per cui tutto ciò che a lui esce di bocca, a me scappa dalle orecchie. Finché non mi chiede: «Tu sei cristiana?». Percepiva i l cocktail letale che mi aveva fatto esplodere il cervello e iniziare le visioni. «Boh!», risposi. Sfoderai le mie conoscenze in materia dì ecumenismo. Ma non servì a togliere dalla fronte del frate l’insegna a neon: «Sei confusa». La stessa cosa che esponevano al mio arrivo in tutti gli eremi cattolici d’Italia. Ogni volta il mio ego pugile picchiava più forte: «Dio non appartiene a una religione, per arrivare a Lui non bisogna passare per forza dalla Chiesa, se non per accendere una candela, L’amore di Gesù è per tutti». Ma per tutti io ero confusa. Se la coscienza di Cristo si espandeva ovunque nell’Universo, potevo dirmi ebrea, cristiana, musulmana, indù, ma non mi rivedevo nelle grandi religioni. 2 «Sono animista», risposi al frate. «Santa Vergine Maria invochiamo la tua protezione», disse lui.

[…] dalla autobiografia di Fra’ Claudio

E perché dovrebbero cercare di sapere da me chi sono io, quando non s’interessano di sentire da Te chi sono loro?

E come potrebbero essere certi che dico la verità nel parlare di me stesso, quando nessun uomo sa che cosa avviene nell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui stesso? Non posso portare prove della sincerità della mia confessione, ma mi

La confessione, inoltre, procura ai buoni il piacere di sentire le colpe passate di chi ormai ne è libero, il piacere non è per le

Molta gente è curiosa di conoscere la vita degli altri, indolente nel correggere la propria.

crederanno coloro ai quali la carità apre le orecchie per ascoltarmi.

colpe in sé stesse, ma perché c’erano e non ci sono più.

S. Agostino

 

Fra’ Claudio

Il silenzio che parla di un mondo nascosto, che lascia parlare pacatamente il cuore, questo rimane nella mia vita di eremita. E anche il bosco, in cui lo spettacolo della Natura e i suoi ritmi nello svolgersi delle stagioni come clessidra ricordano che dobbiamo lasciare questogiardino. Tuttavia il silenzio unito alla solitudine può diventare soprattutto agli Iniziconfusione. La fantasia vola creando fantasmi. La cella se pur piccola diventa una reggia, un palazzetto dello sport, un palcoscenico, una piazza affollata, un Campo di Marte dove l’eremita combatte la sua quotidiana battaglia. Non c’è più uno spazio misurabile, e il tempo èdi un altro mondo. Una pace arcana dilata il cuore, il respiro, i pensieri altissimi, la gioia.La Santa Messa diventa risurrezione e centro della giornata.

 

I fiori con la loro luminosabellezza, i candelabri accesi, i quadri che parlano dei Santi e le loro gesta, i preziosi ricamidelle tovaglie, Tutto ciò che è più prezioso fa da ancella all’evento miracoloso. Nell’ostiabianca: Gesù, vivo, vero, reale. Nel sacro calice il Suo prezioso Sangue. Gli angeli invisibiliadorano, Anche il suono argentino del campanello diventa scala per salire a Dio, nellegenuflessioni, nelle mani giunte, anche il corpo prega. Questa danza sacra tutto innamora,perché ogni cosa è amore. La Messa termina, ma Gesù resta, E se non ti allontani ti porta nelSuo Regno di gioia, dove la luce non ha fine. Per questo mi sono fermato: per stare con Lui.[…]Sono nato in un paese della ricca bella e santa Brianza.

Non l’ho scelto io, l’ha voluto il Creatore, per questo era tutto così bello, La bellezza non era tanto nei monti. nei laghi, nellapianura verde e dorata dal grano, quanto nell’innocenza della prima volta. Gli occhi limpididell’infanzia non vedono il male: «Se non sarete come bambini. non erediterete il Regno deiCieli». Poco più tardi divenni un monello come altri, nonostante l’ottima famiglia cattolica. Adesempio, le lampadine degli alberi di Natale davanti scuola per me erano un tirassegno conbotto, Le pere mature sugli alberi rappresentavano il fascino del proibito, e non il frutto dellavoro altrui. Si passava da una sgridatina dolce, alle manate a occhi chiusi.

 

Dopo cena ci si radunava davanti alla stufa, spenta d’estate e accesa d’inverno. Era lì con larecita del Rosario che si costruiva la famiglia. La mamma usava un sistema efficace perraccogliere il gregge che si disperdeva, nella destra il rosario, nella sinistra il battipanni guard-rail. La preghiera univa, rasserenava, apriva la porta sull’eternità. Qualcuno dirà che eranomodi violenti, che non c’era libertà, che uno prega quando vuole.

Forse, ma questa falsa libertà è mancanza di educazione, un cavallo indomito può fare solo danni.Quando fui maggiorenne, la famiglia si trasferì in un paese vicino.

 

La casa popolare, i beipavimenti, le mura dritte e bianche toglievano dagli stenti. L’automobile, gli elettrodomestici, isogni crescevano e bisognava studiare. Ma io non ero il figlio che dà soddisfazioni. Ci si2incamminava verso il ’68, le monellate diventavano atti consapevoli e legalizzati da una falsagiustizia. Era la rivoluzione, una rete iniqua che piglia più pesci che può. Bufere ideologichetravolgevano menti, che poi dopo le traversate con il mare in tempesta schiantavano controgli scogli dell’Eterna Verità. Solo la bussola con il Nord spirituale attraversa questo mare.Quando lo Spirito soffia, come sul lago di Tiberiade, arriva la pace e la nave tocca il portosospirato.

 

Ma la mia ignoranza ad alto volume gridava in difesa della menzogna mascherata afesta. Il ’68 con le sue verità impazzite spingeva. C’erano molte cose da cambiare, ma non inquesto modo. Mi ritrovavo trai banchi di scuola come un giumento da domare. Andavo benein ginnastica e in religione (quando si insegnava ancora religione nelle scuole, non quelminestrone di oggi). Per il resto, assenze ingiustificate per essere andato al bar, in sala giochi,al cinema. L’amaro in fondo all’anima si ricopriva di sorrisi che dicevano: «Non c’è niente dìmale, anzi!»II mio povero papà le provò tutte, le buone, le cattive, le preghiere. Ma niente. Mi regalòaddirittura una moto. Usava modi cortesi, un giorno suonò il campanello di casa travestito dacapellone hippie con tanto di parrucca, ciondolo al collo e chitarra. Risi, ma in fondo al cuorerimasi stupito dal suo amore.[…]Fu nel periodo studentesco che tornando da una gara di atletica ci mettemmo sull’autobus ingruppo a cantare canzoni che erano ancora sane.

 

Nei cento metri piani correva anche PietroMennea; naturalmente vinse lui, però un mio carissimo amico si piazzò tra i primi, e in seguitovinse due campionati italiani, Fu lui a chiedermi di cantare in un gruppo musicale. Tra faccenuove, amplificatori e microfoni, entrai nella band. Tutto sembrava innocente, ma più che aDio iniziavo a pensare all’io. Suonavamo in una sala da ballo che non era certo un luogo dipreghiera. Non ci sembrava pericoloso e invece lo era già a quei tempi, Oggi queste sale sisono trasformate in sale da sballo, e si lascia fuori dal locale, oltre che l’angelo custode, lacognizione razionale. Le qualità interiori e intellettuali valgono nulla.

 

Tutto è esasperato perraggiungere l’estasi demenziale, paradiso della falsa speranza.Vedevamo i primi soldi, ci sembrava di essere realizzati. Avevamo acquistato anche unfurgoncino Volkswagen. Il primo periodo fu pulito, nacquero belle canzoni. Ma il Grandeassente, datore di ogni cosa, non era contemplato, quindi la sorgente rinsecchiva. Mi ritrovaia dover partire per l’esercito quando il gruppo aveva già un discreto successo. Qualcuno miaveva detto che c’era la possibilità di tornare a casa inscenando una finta crisi di follia. Miavevano spiegato come dovevo comportarmi.

Entrai in bagno, chiusi la porta e mi misi aurlare. Il maresciallo cercò di calmarmi e mi promise che sarei tornato a casa. Qualche giornodopo arrivò un’ambulanza, destinazione: manicomio. Alla prima fermata fecero scendere altridue, dicendo che in quel manicomio i pazzi venivano legati e picchiati. Del mio dissero che eraun manicomio sperimentale, con concezioni nuove. Dopo aver cambiato gli abiti entrai nelcamerone, e mi si raggelò il sangue. C’erano almeno una decina di malati psichici, ognunocon il suo comportamento. AI mattino dissi agli infermieri che non ero pazzo, macontinuarono a trattarmi come tale. Avevo voluto io tutto questo? Bene! Il Signore lopermetteva, lasciando crollare la mia spavalderia. Vuotai il sacco, dissi che non ero matto, chestavo inscenando una farsa per tornare a casa. Mi risposero: «Lo sapevamo, volevamo solovedere dove arrivavi».

 

Un medico scrisse una lettera da consegnare al graduato della caserma.Mi rinchiusero in una cella sporca, con uno spioncino. A turno alcuni militari venivano aguardare. Urlai: «Che siamo allo zoo?». E mi portarono nell’ufficio del colonnello, che dopoaver valutato gli incartamenti disse: «Ti mandiamo a casa. Ma con l’articolo 28b».

Poco dopo, l’avventura musicale ingrossò come un fiume in piena: successi, applausi, viaggi,personaggi famosi, radio, giornali.3Gli spettacoli diventavano esteriormente più professionali, con pochissimi errori: tutto sembrava perfetto. Ma all’interno il vuoto e l’angoscia cominciavano a minare il colossod’argilla. Che messaggio dare? I rivoluzionari ci accusavano di essere fascisti, i fascisti di essererivoluzionati. I giornali scrivevano: «Nell’Italia trombona chi comanda sta in poltrona», conuna foto di me che suonavo il flicorno.Eravamo falsi profeti, il suono nasce per morire, esiste solo per donarsi, Così dev’essere ilmusicista. Il canto gregoriano spoglio di vanità e di tutto ciò che non è spirituale, è uno dei grandi tesori dei monasteri e degli eremi.

 

I salmi di Re Davide, passando dal cuore del monaco, arrivano allo spirito. Per quanto bella possa essere una melodia, per quantosuggestivo un testo, il senso ultimo dell’attività musicale è un servizio di mediazione tra Dio el’uomo, l’uomo e Dio. Ma a quel tempo eravamo molto lontani questa consapevolezza. Esiccome ogni alba ha il suo tramonto, ci dividemmo senza rancori, ognuno per la sua strada.lo fui invitato ad andare in India. Era un pellegrinaggio? Una fuga? L’ultimo sentiero primadell’abisso? Il viaggio via terra durò un mese. Grecia, Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, sumezzi di fortuna e autobus. Vidi cose mai viste. Ma dov’ero, dove andavo, perché? A che cisarebbe servito conoscere un mondo nuovo, una nuova religione, se non conoscevamo noistessi?A Herat giravano uomini e animali in una semplicità e povertà disarmanti, modi totalmentediversi dai nostri. Per loro eravamo occidentali frettolosi con i dollari e senza Dio. Passata lafrontiera indiana, visitammo Pushkar Le case erano azzurre, rosa e bianche, tutti o quasi gliabitanti vestivano in modo colorato, portavano segni sulla fronte e una corona in mano tuttoil giorno recitavano molti nomi di divinità e si salutavano per le strade, come se noiincontrandoci dicessimo: «Viva Gesù, viva Maria».

Mi recai al tempio Brahma sopra unacollina ai cui piedi un laghetto confinava con il deserto, luogo perfetto per meditare, ma nonlo feci.Al mio ritorno incontrai un uomo che con i cembali cantava e pregava, si trovava sulla viadell’ashram in cui alloggiavo, l’avevo visto anche la mattina. Era rimasto là tutto il giorno apregare.La mia unica preghiera in quei giorni fu che avendo una chitarra composi una canzone. Mache cos’ero? Il pappagallo colorato sul trespolo che ripete senza capire? O la creatura checontemplando il creato loda il Creatore? Qualcosa di infinito mi raddolciva, ma non era solo ladolce India. Era la Bellezza che entrava dalla porta socchiusa del mio cuore; ora che èdefinitivamente aperta, mi scuso con lei per le irriverenze fatte in quel Paese incantato. Ilrispetto verso il fratello di qualsiasi religione è sacro, Anche se non è la nostra.Quando tornavamo all’ashrarn per cenare, il guru portava da bere in un bicchiere d’alluminiouna mistura liquida verde. Bevevo ma subito dopo mi girava la testa. Era un guru del dollaro,non mi insegnò nessuna preghiera. C’erano guru più spirituali, che avevano il segreto dellaVita, non li incontrai perché probabilmente non era quello il mio cammino. A Goa presi inaffitto per un niente una casetta a trecento metri dal mare, intrisa di quell’odore caratteristicodell’India. Vi abitai un mese. Ora so che a Goa c’è il corpo di san Francesco Saverio, il grandemissionario. Non molto lontano una ventina tra tende e capanne di frasche, abitate dastudenti che l’alternativa all’Occidente ormai materialista e la ricerca dell’essenza della vitaavevano portato lì. In questi posti girava molta droga.

 

E per molti la ricerca era questa. Seppipoi che per alcuni cercare il guru, la guida spirituale, non era per amare Dio, ma i poteri(siddhi). Conobbi giovani occidentali vestiti d’arancio; che sulla spiaggia eseguivano danze alsole e alla vita; somigliavano a preghiere i loro Papaya club. Poi le feste di luna piena, Fullmoon, grandi fuochi accesi sulla spiaggia, shivaiti nudi coperti di cenere e segni colorati infronte con un tridente come bastone da viaggio, musiche di ogni genere. Poco dopo miritrovai senza un dollaro. Avevo anche venduto la chitarra. Cercai un lavoro ma non lo trovai.4Mi trasferii nella zona tra Bombay e Nuova Delhi, dormivo per le strade, a volte mi svegliavoinvestito da un secchio d’acqua. Mi ero riempito di pulci, decisi di andare da un barbiere manon avevo più soldi. Mi accorsi di avere ancora un anello d’argento.

Lo feci vedere al barbiere e lui lo valutò sufficiente per un taglio. Ero confuso. Molti miei coetanei, andati in India per gli stessi motivi, non erano più tornati.Qualcuno si era fermato li, altri erano morti.Oggi so che tanti giovani sono infelici perché non hanno più Dio, glielo hanno tolto, Siamostati creati per conoscere, amare, servire in questa vita e nell’altra. L’Amore ci cerca e si fatrovare. E tu, quando trovi l’amore, hai trovato tutto, è la cosa più alta che esista. Nellaconfusione degli anni Settanta pure l’amore era un disastro. «Nella tua Luce, vedo la luce»dice il salmo. Sotto questa luce ho imparato a conoscere l’universo femminile e quellomaschile, non si può sciupare il grande dono del rapporto uomo-donna. Il sesso fine a sestesso è come l’abuso di cibo, dà piacere ma se mangi in continuazione non solo ingrassi, mafinisce che ti ammali. I disordini creati da una attività sessuale sregolata, gravidanzeindesiderate con conseguenti aborti, tradimenti, malattie e separazioni distruggono l’amore.

 

I giovani hanno il potere di cambiare il mondo, ma comunemente non si vuole che lo facciano.La società li canalizza verso prigioni interiori, appositamente costruite per soggiogare il loropotere.

Negli anni Settanta la creatività esplose a livello artistico e musicale, era come se avesseroslegato le corde, poi cercando la libertà si arrivò alla liberalità. Il desiderio di comunicare erasano, ma il rifiuto totale delle regole portò alla degenerazione. La pace che cercavamo nonpoteva arrivare attraverso la rivoluzione sessuale, psichedelica, né musicale. Il mondo di JohnLennon in Immagine, senza religione e guerre, non era reale. La pace non è possibile se nonin Dio, Quel tipo di rivoluzione era più che altro guidata dall’eroina, un dio artificiale chedistrugge anziché creare.C’erano molte cose da cambiare, ma il primo a cambiare dovevo essere io.Salii su un treno merci e nel parlare con due indiani uscì la frase ltalian Embassy, l’uovo diColombo. Fino a poco tempo prima il rimpatrio era gratuito, ma siccome tutti neapprofittavano, il costo del biglietto era passato a carico, nel mio caso. dei genitori.

 

Il giornodella partenza al controllo bagagli mi accorsi che avevo solo lo spazzolino da denti neltaschino del completo di lino bianco.Presi un taxi, sempre a carico dei miei, e dall’aeroporto arrivai sotto casa. Non ricevetti saluti,né abbracci, mi parlarono duramente perché ero stato via mesi senza scrivere né telefonare.Caddi dalle nuvole, perso nell’abisso del nulla. Ero diventato un peso per tutti, stavo male, erodisperato. Ma sfolgorò una luce tra le fitte tenebre e iniziò a dissiparle. Decisi di fare una visitaal Santuario di Valmadrera, un ragazzo che incontrai in chiesa mi disse che Gesù c’era, che eravivo. Cosa voleva dire «Gesù era Vivo?». Fino ad allora avevo pensato ad un Gesù mortoduemila anni fa. L’altra espressione folgorante fu di una giovane consacrata laica, disse: «losono Figlia di Maria!». Erano termini lontani dal mio modo di pensare, ma mi riportavano aun’antica saggezza. Tornai altre volte, la chiesa cominciò a diventare l’unico posto in cui misentivo in pace. Un giorno decisi di confessarmi e nel giro di poche ore mi passò l’esaurimentonervoso che avevo da anni. La stessa sera vidi in tv Franco Battiato, col quale tante volteavevo suonato; presentava il suo nuovo singolo E ti vengo a cercare, mi parve una preghiera.Compresi che il movimento di conversione stava invadendo tutti.Mi rivolsi ai francescani, ma qualcosa mi disse che avrei dovuto cercare altrove le mie radicicristiane.Tra gli innumerevoli tipi di lavoro che feci in quel periodo ci fu l’assistenza a unamongolfiera, poi la raccolta delle mele nel trentino, finché mio padre non decise di aiutarmi adaprire un laboratorio artigianale. Ma dopo un anno e mezzo dovetti chiudere: le tasse, il 5 mondo e l’onestà non vanno d’accordo. Un giorno nel negozio entrò un signore, e mentre sitoglieva la giacca a vento con bottoni automatici mi chiese:«Lei fa anche riparazioni automatiche?»«SÌ». Nel tempo di un minuto la giacca era pronta.«Quanto le devo?»,Pensai a quanto costava a me l’automatico e al tempo di lavoro, e risposi: «Cento lire». «Ma non ha vergogna? Cento lire? Tenga qua».Mise mille lire sul banco e se ne andò. Ero forse un buon artigiano, ma un pessimocommerciante.Un altro giorno entrò una persona elegante, signorile e sorridente, che esclamò: «Che belloun negozio così in questo paese. Ci rivedremo ancora».

 

Diventammo amici, e quando dovettichiudere lui e sua moglie mi invitarono varie volte a casa loro. Per me erano momenti dirisurrezione non per i cibi, ma per la ricercatezza, la poesia, l’amore cristiano.

I piatti artisticamente decorali, le posate dalle linee eleganti, i calici e il vino che rifletteva la luce delfuoco e rallegrava il cuore prima di essere bevuto. Ogni pranzo erano un Natale e unaPasqua. II dottor R. pensò che poteva farmi bene frequentare gli ambienti religiosi. Mi portòda Fratel Ettore che aiutava soprattutto i barboni. Poi a Parma in un convento di suorecappuccine che per riscaldamento usano un mattone refrattario, Non hanno vetri alle finestre,solo carta velina, sono scalze e senza corrente elettrica. Quando il dottor R. mi presentò allaSuperiora mi accorsi in che stato pietoso ero: come se quella donna mi avesse risvegliato lacoscienza. Iniziai a capire che dovevo fare qualcosa. Ma cosa? Tempo dopo conobbi anchePadre Natale, un eremita. La notte passata su un giaciglio nel sottoscala del suo eremo mimise nella Santa agitazione di dover fare qualche passo avanti per risolvere la pietosasituazione in cui mi trovavo. A mezzogiorno andammo tutti in un locale dove c’era un poverotavolo, apparecchiato con candele accese. Si percepiva una forte presenza spirituale, capii cheero lì a condividere un pasto che non avevo guadagnato: «Mi dispiace ma non me la sento dimangiare». Tornai a casa intenzionato a cercare un lavoro. Lo trovai come magazziniere inun’impresa di costruzioni.Cosa cercavo non lo sapevo, ora so Chi mi cercava. Un giorno davanti a un supermercato midiedero un volantino di un certo Padre Moon, di una cristianità internazionale. Vi andai unadomenica, ma a un chilometro dalla partenza una forza misteriosa mi fece tornare indietro.Un altro giorno vidi nella vetrina di un negozio un volto di Gesù con la scritta: «Anche Lui era vegetariano».

 

Questo nuovo veicolo di vita, la dieta macrobiotica. si innestava nella societàoccidentale solo come moda alternativa, quindi la Grazia non trasformava le persone.La breve ascesi proposta era fine a se stessa, o meglio: raggiunta la piccola vetta delbenessere fisico, non essendoci altra destinazione si ricadeva. Sentii poi parlare di arti marzialicome filosofia di vita, disciplina usata anche dai monaci tibetani. Arrivai fino alla cintura blu.Un giorno mi misero di fronte una ragazza, che dall’aspetto poteva avere vent’anni. Il maestromi chiese di portare un maegheri e toccare (significa i dare all’avversario un potente calcio allostomaco). Obbiettai, dissi che avrei potuto ledere parti delicate, era una donna! Il maestrodisse: «Non siamo qui a giocare», e poi rivolto all a ragazza: «Porta tu il maegheri». Mi arrivòun calcio al plesso solare, mi mancò il respiro, ma riuscii a dire: «Per fortuna che è unadonna». Pur stimando chi seriamente pratica queste arti, decisi di ritirarmi. Anche lì vinse ilSignore, che mi chiamava a combattere su altri campi.Fu la proprietaria del negozio di macrobiotica, quello in cui avevo visto la foto di Gesùvegetariano, che mi indicò una nuova comunità spirituale, in cui diceva: «Rispettano i diecicomandamenti», Stanco del le cose a metà, decisi di abbracciare in pieno questa forma di vita.Molti i musicisti dell’epoca avevano trovato la loro via spirituale nel movimento lskon. Tra loroPaolo Tofani, chitarrista degli Area, e Claudio Rocchi. In breve fui indirizzato al tempio Hare6Krishna di Firenze, Villa Vrindavana. Per un anno e mezzo girai l’Italia in sankirtan, Maquando durante la distribuzione dei libri trovavo una chiesetta di campagna, mi fermavo apregare, e mi sentivo come san Francesco in totale armonia con il Creato.Anche quando passavo vicino alle edicole con la Beata Vergine Maria e il Sacro Cuore, questilumini accesi mi parlavano della presenza spirituale e mi invitavano ad aprire il cuore. Era lamisericordia che ama i miseri, e con mano invincibile conduce alla fonte d’acqua viva che èGesù. Comunque per vari motivi mi fermai con i devoti, deciso a cercare Dio. Di domenicaperò continuavo ad andare a messa. Durante il segno della pace tutti si stringevano la mano,io ero lasciato senza. Raccontai l’accaduto a un fratello della comunità, lui mi guardò e disse:«Se proprio devi andarci, ti conviene vestirti normalmente, toglierti il doti e il kurtan».Un’altra volta mentre ero inginocchiato nel Santuario di Valmadrera vestito da Hare Krishnala custode mi vide e si spaventò: «Cosa fa lei qui?».«Sono venuto a pregare la Madonna!». «Ma vestito così?».«Sì, perché, non si può?».«Fra’ Mario, Fra’ Mario, Fra’ Mario», ripeté non so quante volte.«Le do il suo indirizzo, vada da lui».«Ma io volevo solo pregare la Madonna».

 

«Preghi, ma vada a cercare Fra’ Mario appena può».Venne poi al tempio un maestro spirituale indiano. Molti di noi pensavano di essereilluminati, il nostro stupore fu quando dal grosso cuscino rialzato su cui sedeva in posizionedel loto, dopo una sonora risaia disse: «Qui avete tutti l’abito della rinuncia, ma nessuno èrinunciatario. Tutti avete il tapa Mala, ma nessuno prega», In qualche modo era quello chepensavo io, ma mi mancava la forza di dare una svolta. Finché una Domenica mattina mentreandavo a Messa pensai che era arrivato il momento di cercare Fra’ Mario. Avevo In tasca ilsuo indirizzo, mi diressi all’eremo di Minucciano senza sapere cosa sarebbe successo. Nonsapevo neanche se mi sarebbe bastata la benzina. Dopo aver parlato con lui, telefonai altempio e dissi solo: «Ho trovato ciò che cercavo. Ho trovato Gesù. Vi prego di spedirmi a casail bagaglio». Sotto indicazione di Fra’ Mario ricominciai a fare una vita normale. Tornai al mioposto di magazziniere, andavo a Messa tutti i giorni, ricevevo il corpo di nostro Signore, conlui stavo bene, mi sentivo sicuro, le piccole croci quotidiane diventavano leggere. Tra noioperai ci si voleva bene, ma la convivenza per otto-dieci ore al giorno faceva venire a galla idifetti nascosti. Il mio era credermi un operaio super, quando vidi altri lavorare meglio capiiche dovevo essere umile, e il mio dire divenne fare. Facevo anche i turni di notte, era dura.Ma un calore sconosciuto mi animava dall’interno. Ogni tanto telefonavo all’eremo perchiedere di fare qualche gi orno di ritiro. Poi i frati mi proposero un mese di prova, per vederese quella poteva diventare la mia vita. Il mattino dopo andai dal direttore per chiedere le ferie.Disse no, che per vari motivi non era possibile. Un quarto d’ora dopo mi ritrovai davanti a unamacchina semiautomatica, senza un pezzo di dito. Ottenni un mese di degenza. Consegnai ilfoglio al direttore, che un po’ spaventato – perché sembrava un monito dal cielo – disse:«Proprio un mese?”Davanti al cancello dell’eremo mi prese un timore grande, ma appena lo oltrepassai misembrò di togliermi un pesante mantello nero, C’era il solito viale acciottolato, la solita siepe dibosso. la salita ripida di pietra, il refettorio monastico, i volti sorridenti e luminosi dei frati: liavevo visti altre volte, ma quel giorno per me era tutto insolito.

 

L’ospite si trasformava inqualcosa che non era ancora. Non ero la metamorfosi della larva in farfalla bianca, ma avreipotuto diventarlo. I superiori mi dissero che se volevo ero pronto per restare.Dopo un anno di postulantato e due di noviziato, le regole monastiche benedettinepermettono l’emissione dei voti semplici di obbedienza, povertà e castità. Per accedere poi allaprofessione perpetua. Nel 1995 feci la vestizione dell’abito monastico. Sul presbiterio uninginocchiatoio di raso bianco con ricami e fiori veri. Di certo la mia anima avrebbe dovuto essere più bianca del raso, ma la misericordia del Signore, mia sopravveste, non fece notare le macchie.

Tutto era splendente di luce.Trascorsi i tre anni d’obbligo con i voti semplici, se i superiori danno il placet si emettono ivoti perpetui. In quel diciassette gennaio gli avrei detto Sì per sempre. Tanto grande era ildesiderio di unirmi a Lui che l’avrei fatto anche in un fosso, solo col Solo. Ma non fu così. Tuttii giornali erano informati, persino quelli spagnoli: El Roquero que se fa frate!Il gruppo rock in cui suonavo si chiamava Biglietto per l’inferno. Il nome mi era stato ispiratoda un fumetto della serie Tex Willer; quando uno dei protagonisti si avvicina a Tex e gli dice:«Tieni un biglietto per l’inferno!». Per noi significava: «Vieni ad ascoltarci, ti faremo sentirel’inferno che c’è a questo mondo».Le canzoni denunciavano il malessere di quegli anni: L’amico suicida parlava dei suicidi tra itossicodipendenti, e il disco è ancora in vendita in Europa, Stati Uniti e Giappone. Eravamodiventati una delle principali formazioni del progressive internazionale. Nella classifica diMusic Box siamo stati secondi tra centinaia di gruppi tutti i più importanti del tempo. RenzoArbore nel suo libro sulla musica italiana ci elogia come gli inventori di un genere nuovo tral’heavy rnetal e il melodico italiano. La canzone più conosciuta era Confessione, dove ioimpersonavo un frate. Con i voti perpetui lo diventavo veramente, ecco perché ora siscatenava l’uragano mediatico.«Pronto, qui è il Vaticano, con il permesso del Santo Padre sto scrivendo un libro sui cantantie la fede. Ho già intervistato Bob Dylan e Cat Stevens. Ho letto un articolo su Fra’ Claudio, èpossibile fare un’intervista?». Pensai a uno scherzo. Il giornalista aggiunse che la prefazionedoveva essere di Madre Teresa di Calcutta, o del cardinal R. Il libro non uscì, ma uscìl’intervista su un giornale cattolico romano.Pensai: «Signore, sono venuto qui per stare in fosso e guarda che casino. A chi serve?».Serviva a tutti quelli che sarebbero poi venuti a cercarmi. Si comincia a parlare di musica, epassando per la spiritualità della musica si arriva a Dio. Capita addirittura che qualcuno diventifrate.Mi vedo come il verme sull’amo, a tirare su il pesce ci pensano Fra’ Mario e Fra’ Lorenzo.Molti giovani mi dicono: “lo sono ateo». «Prova a dimostrare che Dio non c’è», rispondo, easpetto che tornino, che la preghiera faccia entrare nel loro cuore la Grazia.Ringrazio Dio di aver deviato il mio percorso, prima del grande successo. Ora il mio spirito èal sicuro. Prego, lavoro e ogni tanto suono il flauto per rilassarmi. Gestire la popolaritàconseguente alla scelta di prendere i voti con un trascorso da rocchettaro fu comunque moltodifficile per me. Ora il tempo ha dimenticato questi momenti, perché di tutto ciò che passa èformata la vita su questa terra. Altri momenti, quelli che provengono dalla pura gioiaspirituale, restano eterni.La Santa Messa solenne era alle undici, l’organo avrebbe suonato, il coro cantato.

Sull’altare,dopo aver letto la formula di consacrazione con la candela accesa in mano, udii il parroco dire:«E’ un miracolo, è un miracolo».

 

Avevo scalato una vetta altissima, e dopo l’ultimo trattoavevo scalato le nuvole. È come camminare su un pavimento di zaffiro e luce. Come varcarela porta della morte. Come toccare Dio. l flash dei fotografi, i volti dei parenti, rigati di lacrimeo sorridenti, rinforzavano la grandezza dell’evento. Ringrazio di vivo cuore il Signore per tuttociò che è successo. Lui tiene ai ringraziamenti, lo dice nella parabola dei dieci lebbrosi, in cuiuno solo torna a ringraziare. Non so perché l’abbia permesso, ma so che ogni uomo che lasciatutto per seguire Lui certamente avrà in cambio il cento per uno, su questa terra e altrove.Ho scoperto molte cose di me, che so scolpire, dipingere, e fare l’orto. Il dono nel mondo èricoperto dal frastuono, dall’errore, dalle aspirazioni dei genitori. La preghiera al contrario tirafuori chi veramente sei.8II Beato Angelico, diceva che per lui era uguale dipingere o raccogliere cavoli. E adessoscopro che è vero. Ma per l’orto io sono un po’ negato, se Fra’ Mario mi chiede di raccoglierel’origano, torno su col prezzemolo: le mie distrazioni sono proverbiali. Una volta dovevamoconcimare un terreno con il letame, non era una grossa superficie. Dopo una decina di carrioleci sembrava abbastanza.

Ma io ricordavo che Fra’ Mario mi aveva detto di concimarlo con unaventina. Fu così che alla ventesima il terreno era completamente coperto da una spanna diletame. Non vidi il superiore quando andò ad osservarlo. Ma lo sentii, quando mi venne incontro: «Set fà cussé? Set cumbina cusse cul liam? Se net metu. Ghe let minga ul co?”. «Checos’hai combinato con il letame? Quanto ne hai messo? Non ce l’hai la testa?». Risposi cheavevo ubbidito, messo le venti carriole che mi aveva chiesto. Il rumore della sua mano sullafronte mi raggelò il sangue. «No, no. Sei carriole, sei!».Ho più feeling con i fiori. guardando le rose mi chiedo: “Come si fa a pensarne una?».Ne ho scolpite due di legno, ispirato dalla perfezione dei petali e dal pensiero che da unseme possa nascere una tale meraviglia. Non sono i giapponesi che pensano le rose, è Dio!

La rosa nascosta

fine terza parte Bio

Please reload