LA STORIA

 

Il Biglietto per l’Inferno nasce nel 1972 a Lecco, dai residui di due formazioni giovanili di rock locale, i GEE e i MAKO SHARKS. Dopo innumerevoli ore di studio e di prove sulle sonorità appropriate da conferire all’impronta stilistica del gruppo, tenuto conto, soprattutto, dell’ intento di una realizzazione discografica artisticamente di qualità, da concentrarsi in una proposta creativa univoca, conforme alle singole personalità musicali dei sei componenti, rispettosa del contributo di ciascuno all’ identificazione di un solido livello professionale sfociante in una personalità compatta e dalle idee chiare, viene varato l’album ufficiale, “Biglietto per l’Inferno” (Trident – 1974), capolavoro che si fa subito ascoltare al 100%, contenendo brani dalle risoluzioni armoniche piacevolissime, perentoriamente connesse, in modo perfetto, a liriche altrettanto godibili, costantemente celebrate dal particolare aspetto esecutivo e di accentuata spettacolarità, almeno sulle considerazioni emotivamente impareggiabili, che l’estroso cantante-flautista, Claudio Canali, da Molteno, pare costantemente affidare, sul palco, alle proprie eccezionali capacità interpretative, a un look di contrasto, abito troppo innocuo, con giacca, cravatta e occhiali da sole femminili, “raddolcito” da una fluente barba rossiccia, a condire una voce sensazionale, impertinente e misteriosa insieme.

E’ impellente la necessità, oggi, di evidenziare come la sua opera artistica, di vocalist e compositore rock, si sia, in un certo senso, fusa e amalgamata con la sua opera-vita, che si fa altrettanto “ascoltare” subito al 100%, per altre ispirazioni e nobili obiettivi, avendo egli solennemente pronunciato i voti perpetui, il giorno di Domenica 17 Gennaio 1999, all’età di 46 anni, davanti a parenti e amici, tra i quali, i commossi componenti di questo strabiliante gruppo di “hard prog”. “L’uomo trova sé stesso subordinandosi al gruppo; e il gruppo raggiunge il suo fine soltanto servendo l’uomo e sapendo che l’uomo ha dei segreti che sfuggono al gruppo e una vocazione che il gruppo non contiene” (cfr. “Les Droits de l’Homme et la Loi Naturelle” – 1945 Parigi). La musica del B. per l’Inf. sembra pervenire da organizzazioni culturali lontane dall’uomo moderno, da lande sconosciute al potere temporale, da regioni dominate da precise gerarchie di valori, in un alone profetico ammaliante, totale.

C’è qualcosa che non passa inosservato, un ingrediente che appare estraneo al rock, forse un elemento educativo, una morale che stranamente il rock pare assecondare, un messaggio evangelico che fila a meraviglia con le muscolose forme della musica hard. Turbinii di emozionanti certezze conducono il fruitore a rafforzare l’attenzione sul percorso, che si scruta e si nasconde insieme, dentro la fitta ragnatela di memorabili paesaggi “progressivi”. E’ un fare deciso, quello di Canali al microfono, supportato da compagni lesti e abili ad appoggiare le intrattenibili, imprevedibili accezioni vocali, a seguirlo fino all’impossibile, per assecondarne e idealizzarne, a un tempo, l’ impressionante arte interpretativa del racconto, che scorre liscio, assetato di un arrivo, di una meta improbabile che, pure, si avverte prossima, percettibile. Sono musicisti dal sangue caldo questi, provinciali che la sanno lunga, artisti che si foggiano all’arte del genuino istinto, alle riserve della saggezza tramandata da villaggio a villaggio, da agro ad agro e recuperata in tempo alle tendenze delle nuove correnti “prog”.
Bisognerebbe cercare di capire come sia frullato, nella mente di cinque giovani di provincia, un modello così oliato di simbiosi testo-musica, reso ancor più interessante dal robusto collegamento ad uno sbocco spiritualistico, nell’ambito dell’eterna tenzone Bene-Male. Ed è proprio il contrasto di valori decantati, che fa da sottofondo alla originaria opera del “Biglietto per l’Inferno”, a creare il tessuto adatto ad un ascolto tenuto stretto stretto all’ insegnamento religioso, ricevuto con il Cristianesimo dell’educazione primigenia, con l’istruzione di onesti genitori.

Ne scaturisce un prodotto progressivo esaltante, che non cede mai il passo a tentennamenti di sorta. Il risultato si culla su un rock elaborato sì, ma costantemente intriso di aperture asimmetriche al classico, al jazz, all’avanguardia. Sono presenti anche riferimenti alla musica progressiva estera, in primis ELP e Jethro Tull, ma tali tributi si pagano volentieri per dichiararsi pronti al confronto, sulla sfida dell’originalità. E questa non manca nel mitico disco della “Trident”. L’operazione culturale ma direi, senza tema d’ingannarmi, sociale e storica del sestetto lombardo, scuote gli ambienti “avanzati” della scuderia milanese, guidata da Maurizio Salvadori, coraggioso condottiero e paladino delle espressioni musicali giovanili più underground dell’epoca, assiduo manager dello spettacolo, promotore di tour indimenticabili come quello dei Van Der Graaf Generator, insuperabile nell’Italia del Nord, come più tardi il genovese Vittorio De Scalzi, del Circolo “Magma”, a credere fermamente alle potenzialità creatrici della composizione rock progressiva, in conturbante crescita nei musicisti stranieri e italiani del tempo, e nella diffusione “live” delle good vibrations: i concerti, visti per la prima volta come momenti essenziali e irrinunciabili del riconoscimento di un’identità giovanile libera dai condizionamenti del mercato discografico e più consapevole della forza interiore, artistica e umana, di un impegno politico più ragionato e meditato.

Oggi abbiamo acquisito prove scientifiche a dismisura, sul fatto che il prog italiano ha costituito una potentissima purga contro i terribili mali di pancia del provincialismo dilettantistico-ginnasiale e insieme divistico-sentimentalistico, procurati (culturalmente ?) dalla TV agli italiani nel periodo 1954-1969, fatta eccezione per il documentario “Clausura” di Sergio Zavoli e Piero Pasini, del 1958, con il quale, per la prima volta, un microfono faceva ingresso nel profondo segreto di un convento di suore di clausura, precisamente quello delle Carmelitane Scalze di Via Siepelunga a Bologna. Ma il prog italiano è stato, ed è, una micidiale denuncia della “zoppia gnoseologica” che deprime e condiziona in generale, come dimostreremo in prosieguo, l’essere umano dell’era moderna.

Il “Biglietto per l’Inferno” arriva ad incantare per l’ oggettiva bellezza della pietra donata alla Gliptoteca del Museo Pop, rivelata, fin dalla sostanza creativa dell’intaglio, ai boss dell’”Organizzazione Trident”, che accolgono a braccia aperte Canali & C, realizzando il primo mitico Long Playing, che sarà ascoltato da milioni di persone, ristampato in Italia e all’estero, specie in Giappone, sia legalmente sia per vie traverse. Tra questi milioni di estimatori anche Lucio Battisti, che ne ricavò, all’ascolto, un’ottima impressione. La nostra analisi, effettuata con criterio severo e attento, indica il tracciato obbligato del “Biglietto per l’Inferno”, tentativo di descrivere una crisi di coscienza del protagonista del racconto, che paventa d’ esser travolto da dilemmi morali in grado di squarciare l’anima e portare alla follia. Si scorge l’immanenza di una lucidità di fondo che, pur nei contrasti e nella durezza del linguaggio rude del rock, sfocia in una sorta di dolcezza persistente, che conforta fruitore o melomane, che induce ad intravedere gli eterni consigli di un Dio nascosto, potenza sempre pronta a mieter pace nel centro degli smarrimenti dell’anima: “Homo non ordinatur ad communitatem politicam secundum se totum et secundum omnia sua…Totum quod homo est, et quod potest, et quod habet, ordinandum est ad Deum” (da “Summa Theologica” di San Tommaso d’Aquino).

 

La chitarra elettrica, il sintetizzatore, il flauto, timbrano indelebilmente i documenti richiesti per la formalizzazione del “lasciapassare dei capolavori di tutti i tempi”. La maturità del gruppo sta nell’avocare a sé il diritto di saggiare una strada diversa, un messaggio che peschi in profondità, nell’intimità della Storia, nelle viscere del Destino, nell’imprevedibilità del Mistero, nelle intuibili lande della Riconciliazione. Per una volta almeno, un prodotto con una anomala fisionomia, assolutamente lontano dai fantasmi delle droghe, chimiche e mentali, esce allo scoperto. Il merito dell’apparato prog italiano, se si esamina con perspicacia tutto il patrimonio lasciato sia dai gruppi più apprezzati e osannati, sia da quelli misconosciuti ma validissimi, è stato quello di operare uno stacco netto dal passato, ricominciando da zero, per rimettere in discussione la stessa destrutturazione dell’ideologia nascente, che apparentemente non portava a nulla. Eppure da quelle scintille di ingenuità, di immediatezza, di istintività, e, se volete, di immaturità, si sono sviluppate evoluzioni spirituali di insospettabile spessore che tributano, in qualche modo, la necessaria importanza a quei primi passi, esitanti, inesperti, nel campo dell’”Arte Rock”, come sembra dedursi dalle seguenti affermazioni “fuori del tempo” di Fra’ Claudio Canali, cioè dell’uomo di oggi, rilasciatemi in occasione di una recentissima intervista: .

Il punto liberatorio, attribuibile al movimento musicale progressivo dell’Italia anni ’70, è stato quello di focalizzare i problemi, esaltando musicalmente le contraddizioni delle mille soluzioni alla portata, ma così rendendo percorribile la via, unica ed alternativa, per uscire dalle ambiguità della scelta culturale e politica, scevra dal chiodo ossessivo della rivoluzione proletaria di matrice storica. Ancorarsi, al contrario, alla soluzione dettata da una voce interiore, ha costituito la massima scoperta non-ideologica, vera Rivoluzione del Progressivo italiano. Si ascolti bene il brano “Consiglio“ dell’Uovo di Colombo e, in particolare, il tratto testuale “… io non ti salverò, sei soltanto tu che puoi…” , e si capirà il rafforzarsi, il ritemprarsi nella musica rock, dell’idea di come ciascuno sia responsabile della propria vita, del proprio iter preparatorio, finalizzato a un “al di là”, da impreziosire, con la propria condotta, già “nell’al di qua”, apoteosi della selezione dei pensieri per la lotta all’istinto. Un giovane o un anziano, a sentire una simile, coinvolgente atmosfera musicale, reagisce, ancor oggi, parlando a se’ stesso sul senso reale dell’esistenza e, statene certi, alla fine si ravvede anche se alcolizzato o drogato o traviato. La musica progressiva è dunque una sferzata di salute per l’anima, in quanto stimola a rivestirsi daccapo, fin nei minimi dettagli dei bottoni (floreali, della contrizione), dei polsini (a pois, dei ripensamenti sui peccati di cui ci si è macchiati), delle stringhe (multicolori, della speranza di liberarsi dai lacci dell’irresponsabilità). Su siffatte motivazioni, ritengo, il cultore del progressivo italiano avrà modo di gettare le basi di un personalizzato zoccolo escatologico, per comprendere che, in buona sostanza, le masse giovanili, raggiunte, dagli anni ’70 ad oggi, dalle lezioni di saggezza racchiuse nei dischi realizzati dalle progressive bands della unanimemente riconosciuta epoca d’oro (vedi altro illustre esempio nel LP “Inferno” dei Metamorfosi, audaci nel metabolizzare Rock & Dante Alighieri), si sono sempre più arroccate al modus vivendi più giusto, più consono alle aspettative mediate dallo scandaglio del libero arbitrio. “Se tu cercassi un poco in te, capiresti i tuoi perché…” recita il citato brano dell’Uovo di Colombo, e, francamente, frasi di questo tipo in un contesto canzonettistico, non potevano essere tacciate di apporto demagogico!!! Purtroppo, con lo scorrere dei lustri, si è dovuto amaramente constatare che, a svantaggio l’umanità, accecata dal benessere che non dà mai tregua, è l’accumulazione dell’inneggiamento alla materia e al potere, ad avere la meglio. Sono i bombardamenti della pubblicità televisiva a spostare l’attenzione del ricevente su cose di poco conto, e, quindi, a svilire immensamente il valore di quell’insostituibile campo di battaglia contro il male, la vita. Il prog è una vera e propria panacea, riuscendo a svolgere una adeguata funzione di risveglio della coscienza, che porta a chiederci le ragioni di tanta distruzione. Non si può rimanere insensibili nell’ascoltare la reazione spontanea, che si fa largo nell’animo, direi con paranormale intensità, quando introiettiamo psicologicamente il brano, firmato De Simone – Capotosti, “Stagione che muore”, dei Dalton, dal LP “Riflessioni: Idea d’Infinito”, specialmente i testi, che ricordano le parole di Pier Paolo Pasolini sulla sparizione delle lucciole: “Dove sono le farfalle? Non me le ricordo più, sono almeno dieci anni, che non ce ne sono più…è una stagione che muore, tra i rumori della città…”.

 

Vogliamo significare che si otterranno “premi dentro”, cercando di incanalare il Bene, cioè la voce della coscienza, passata al setaccio della corrente prog, in spazialità di persuasione su un “poter essere un’altra cosa”. E’ ciò che accade iniettandosi “Zero” di Claudio Rocchi, che in-canta così, nel LP , del 1975: “Gli apro la finestra, non voglio cercare di schiacciarlo, l’insetto che mi vola nella stanza io posso liberarlo, per quanto fermo in qualche posto tu possa illuderti di stare, il ciclo che ti assorbe va ben più in là di dove tu ti vuoi fermare, rifiuto, questo è il gioco, quello che per me è irreale, mi accorgo che però chiamo vero solo quello che io so capire…”. Fate l’esperimento di porgere sistematicamente orecchio al vostro cuore, mentre gira sul piatto questo disco dell’altro illustre Claudio, e, all’unisono, il vostro sguardo si posi sull’ultimo aggiornamento di Televideo circa i morti caduti in Iraq, Afghanistan, Libano, Gaza. E’ sempre l’uomo “in persona” a rovinarsi da se, illudendosi di immettere, nel delicatissimo equilibrio esistenziale, regole assurde di sua invenzione, non affatto idonee a mantenere in piedi quel fragilissimo sistema di cui egli stesso è parte, e che egli stesso si ostina a considerare iniquamente, cioè ignorando pedissequamente , disponibile nelle gratificazioni dello “spirituale”. Svanisce, in tal modo, il senso della prova rispetto alla ricerca della verità, rispetto a cose che si vogliono far passare più grandi di noi, come tali inarrivabili, e che, al contrario, sono parte essenziale del sostrato costituzionale dell’uomo. La morte dell’uomo comincia dalla disattenzione per i problemi sostanziali della vita, “non serve il denaro, e nemmeno la gloria, occorre scavalcare l’idea di realtà”. Sul fronte della sperimentazione minimalista, già nel 1969, con i “Fantastic Glissando” di Tony Conrad, si mettevano alla prova le barriere naturali della sopportazione dei rumori molesti, ed era arguto pensar che mai si sarebbe potuto negare il fascino, in quel suono fastidioso ex sine-wave oscillators, di una presunzione musicale che, compiacendosene, cantava vittoria per la letale stoccata alla cultura, cambiandosi l’asse del tuo corpo, frammentandosi l’essere-parte, spostandoti “altrove”, scoprendoti piccino dalla “visuale delle orecchie”. Cinque anni dopo, sul fronte giovanile, con l’ album del Biglietto per l’Inferno, si acuiscono i ritmi dello scontro interiore tra il mondo esterno, quello della carne e degli istinti (“I live for Rock n’ Roll”), e quello fatto delle riflessioni e dei pensieri personali circa la cura dell’anima (“I live for God”). Per intere generazioni di ragazzi, non avvezzi allo studio dei filosofi e dei poeti, trovarsi di fronte a personaggi “rockettari” che ti sparano addosso, con le attraenti “diavolerie” elettriche, i conflitti interiori, equivale a trovare una solida maieutica, ad assimilare, in tempo reale, la vera rivoluzione del modo di affrontare la vicenda terrena e le sue inevitabili misure, di gioia e sofferenza. In tal senso, alla Scuola del Biglietto per l’Inferno, la musica diventa dialogo e dalla prima lezione il giovane ha appreso, sotto il segno della ragionevolezza, che ai dispiaceri (the sorrows) non ci si debba superficialmente opporre, imboccando un vicolo cieco, quale l’autodistruzione con droghe e dintorni o quale il buttarsi da un ponte.

 

Il discepolo della musica liberatoria ha compreso che la Scuola del Progressivo ha sostituito l’Università, a cui egli non ha mai potuto materialmente iscriversi : grazie a tale realizzazione, il così detto rockettaro abbraccia l’unica alternativa intelligente, rappresentata dall’immagazzinamento di un permanente stato di coscienza superiore. In tal modo, egli verifica in tempo reale, nell’onda d’urto rock, d’aver sconfitto il male e d’aver gettato nell’immondizia le illusioni della cattiva strada, lo stato passeggero e vano di un alcolizzato qualsiasi, di un drogato anonimo, di un traviato rassegnato. Egli sa nel più profondo quale valore vitale sia eternamente incastonato nella musica del suo linguaggio, il progressivo, nella musica della sua poesia, il rock. E quando, col tempo, avrà saputo dosare, nella sua mente, l’equilibrio del sano gusto musicale, attraverso l’amalgama della dimensione sovra temporale di culture diverse per astrazione storica, conciliando, per esempio, Chopin ed Hendrix, viste nel corpo unico della struttura sapienziale dell’Armonia, egli avrà raggiunto la meta di “vedere” la musica nel senso reale di “parlata universale di Dio”. Non attingerà più dall’alto della partitura accademica perché le emozioni assolute si identificheranno, da sole, con la realtà sociale esattamente codificata nello spartito. “Il giusto Chopin”, scendendo in piazza, non scandalizza più, primo perché non c’è bisogno di andarsi a comprare il LP (RCA Red Seal-LSC 2368) di Artur Rubinstein “Scherzi (completi)” secondo perché, quale parte del patrimonio comune dell’umanità, esso viene diffuso già “on air” attraverso Murple, Osanna, De De Lind, Balletto di Bronzo, Quella Vecchia Locanda, Delirium, Premiata Forneria Marconi, Orme, Banco Mutuo Soccorso, Uovo di Colombo, Edgar Alan Poe, Biglietto per l’Inferno, Gruppo Italiano di Danza Libera, New Trolls, Osage Tribe, Jumbo, Pierrot Lunaire, Raminghi, Teoremi, Dalton, Exploit, Garybaldi, Rovescio della Medaglia, Procession, Alluminogeni, Pholas Dactylus, ed il tocco classico del pianoforte a coda, urla, dalla prima linea delle brigate rock, le rivendicazioni storiche ed antiaccademiche del potere culturale, a tutto vantaggio della contingente condizione giovanile.

 

Non c’è jazz che tenga ed è sconcertante, nella drammaticità dello striminzito circuito che rimane tra la Poesia e la cronaca, registrare, per scherzo di Fato, che lo zio di Carlo Giuliani risponde al nome di Roberto Giuliani, chitarra e voce dei Maxophone!

Abituati già, molto abituati a vedere la violenza mitizzata grazie al Carlos/Kubrick di “A Clockwork Orange”, nella pellicola filtrata da Beethoven e Rossini, noi rockettari progressivi ci siamo affinati, nel nostro limbo progressivo, nel rimescolare tutto e il contrario di tutto, lavorando sulle contraddizioni ipermusicali, sul sentimento incontaminato, per affrontare la vita nella e per la lezione ricevuta. I Teoremi sempre preferiti a Keith Jarrett, anche se il piano-teorema porta lontano, esattamente come il rock fuori-schema dei Teoremi. Ma forse, per apprezzare di più il senso recondito del progressive, dovevamo ricostruirci la pelle bruciata alla Scuola repressiva (prego collegarsi a “Metallo non Metallo” dei Bluvertigo e riflettere su “lezioni che subisco a scuola servono solo per il mio malditesta”), assorbendo ariette e spifferi dei concerti rock progressive. Il “classico” non è un vestito, è uno stile, e il concetto spazia fino al black hole, quando cioè la mente arretra di fronte all’irrazionalità del razionale, o meglio, di quello che era stato propinato come razionale. Fin dall’asilo, con quella povera croce appesa al muro. Il recupero del condizionante catechistico, misura contro-insegnata come infantile, trova riscontro nella pietra di paragone di tutto l’emisfero occidentale rappresentato dal gioiello della Trident: “ Un Biglietto per l’Inferno” oggi ci dice che, da piccoli, siamo stati sviati da Cristo, in altre parole qualcuno, che aveva il ghiribizzo del “trasgressivo”, ci ha fatto dubitare, ci ha fatto deviare, attenzione, non tanto dalla Chiesa Cattolica, ma dalla infinita possibilità emotiva, e quindi, poetica, della dimensione divina. Ci è stata quindi tolta indiscriminatamente una enorme potenzialità, dal primo cretino che ha creduto di farci emancipare culturalmente, socialmente, umanamente, mettendoci in mano uno spinello, o forse soltanto una sigaretta, o una rivista vietata ai minori. Il B. per l’Inf. riconquista, con il rock, lo spazio negato, l’occasione sottrattaci dalla altrui deficienza mentale. Se si potesse tornare indietro, da amico suggerirei a Canali e alla sua banda di dare il nome “Alessandro Manzoni” al gruppo, per il semplice fatto che, in entrambi i casi, del grande scrittore convertito e del grande cantante “rinsavito”, la nemesi storica arriva puntuale all’annientamento del potere egoistico e capriccioso, sia per quel che concerne le ingiustizie subite nei “Promessi sposi” da Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, sia per quanto riguarda le umiliazioni e gli sberleffi inferti, nella realtà, alla Musica Progressiva Italiana.

 

Le lacrime, a tal proposito, scendono copiose dalle mie gote, quando accosto l’immagine attuale di Fra’ Claudio Canali al pensiero di Jacques Maritain: ”Se lo sviluppo dell’essere umano ha luogo nel senso dell’individualità materiale, egli andrà nel senso dell’io odioso, la cui legge è di prendere, d’assorbire per sé; e nello stesso istante la personalità come tale tenderà ad alterarsi, a dissolversi. Se, al contrario, lo sviluppo va nel senso della personalità spirituale, allora l’uomo si dirigerà nel senso dell’io generoso degli eroi e dei santi. L’uomo sarà veramente persona soltanto nella misura in cui la vita dello spirito e della libertà dominerà in lui su quella dei sensi e delle passioni”( cfr. “La persona e il bene comune” – 1948 Brescia ). Se dalla profondità della musica classica traspare netta l’impressione che “ci tocca inesorabilmente passare per questa vita”, ancor più chiaramente riescono a fare, in tale senso, musica e testi del Biglietto per l’Inferno. Il rock appare nel suo disgretolarsi e, disciogliendosi in laghi di inusitato gioco progressive, si distanzia, nelle liriche, dalla cultura giovanile svanita, tutta affaccendata nelle “cose” della temporalità anti-fede. Ma il progressive italiano si smentirebbe se, anche a scommetterci, tradisse il principio di essere tutto ed il contrario di tutto. Ebbene sì, cari signori, nel Progressive entra anche la fede, anzi, il dubbio costruttivo che ne deriva. Ne “Il prete e il peccatore (fede)” (di Lubiak – R. Cochis – P. Cassano) del gruppo prog italiano dei J.e.t. (LP “Fede, Speranza, Carità” – 1973 – Durium MSA 77307), in un dialogo drammatico sul peccato, il prelato smentisce il peccatore, ricordandogli di provare, anch’egli, le passioni: “Prego il Signore ogni giorno, ma sono un uomo come te. Come te non resisto, e quando poi la voglia c’è, sento il sangue che brucia dentro me…” . Interviene nel dialogo Dio stesso, misericordioso, a mettere luce ed ordine: “Figlio mio, chi ti parla sono io, il tuo Dio, se hai paura, se hai paura cerca me che, un dì uomo, ho sofferto come te, e capisco come è facile peccare… quando tu senti che il desiderio ti chiama, prega Dio, prega Dio, prega Dio, prega me”. Allora il peccatore cerca di far cadere in tentazione il prete, interpretando a suo modo il messaggio divino, e quindi provocandolo con l’invito : “…lasciati andare una volta, sbagliare puoi come me”. Il rappresentante del clero, come risposta, ammonisce il peccatore, evidenziandogli tutta la verità del proprio vissuto quotidiano: “…non sai, della carne sono schiavo, ma prego Dio e torno in me, perché Egli decise un dì così…”. Sorprendentemente, il “valore progressive” contenuto nel LP “Trident” del Biglietto per l’Inferno produce attriti positivi nell’ascoltatore, perché annettendo a sé la fede, plasma un potenziale, nuovo discepolo di Cristo. E lo fa naturalmente, evitando il rischio di insuperbirsi nell’orgoglio, che è, fra tutti i mali, come affermava Erik Satie, “quello che rende più stitici”, o, come pensava la mistica Itala Mela, “pone un velo fitto tra l’anima e il Signore,…..è opposto al vero e lo rinnega”. Non solo aperture, ma intense voluttà spirituali sono evidenti nell’opera del gruppo del tastierista “Baffo” Banfi e dei suoi prodi. L’apertura di “Ansia”, già rivela la prerogativa del Biglietto per l’Inferno, di affascinare mediante un suono preventivamente denso di accattivante scalpore : è la capacità di elaborare, nelle scale musicali, un impasto ricco di una presenza avviluppante di antinomie appartenenti ai dettami del grande rock, distribuito, passo dopo passo, entro stanze armoniche collegate da doors che introducono a scansioni prudenti, centellinate. Vale a dire, degna del miglior progressive, una frecciata originalissima quanto orecchiabilissima, afferrata al volo con il registratore cerebrale, viene bruscamente interrotta, almeno all’apparenza.

 

Ma l’amaro della delusione di non aver trovato gli sbocchi logici che ti aspettavi, di procurare, alla sezione musicale, lo sviluppo razionale dell’ordito, viene a sua volta a bloccarsi nello zuccherino del piacere melodico, premiato dalla repentina introduzione di altra frase musicale, ancor più accattivante, ineluttabilmente legata alla prima, sì da far sparire l’originaria percezione negativa, resa dal tragitto mozzato. Allora, all’istante, comprendi che lo spezzettamento discorsivo fa parte della composizione, permeata di sfacciati controsensi, di spudorate contraddizioni in seno alla concettualizzazione sinfonica, forse ostica, mai assente. Il periodare conflittuale interno delle note musicali, l’un contro l’altra armata, è una reale sinfonia per gli amanti del “prog”, e riflette alla perfezione i chiaro-scuri delle argomentazioni armonico-testuali, per l’occasione (v. il successivo brano “Confessione”) spostate sull’asse dei “sentito dire” sui preti….. e quale è mai sta’ razza? Lo stato d’animo costituito dall’ansia del peccatore di uscire dal tunnel del rimorso per aver ucciso, è di per sé stesso una tematica infinita, è un vulcano imprevedibile, pericolosamente in attività. In vetrina, senza veli è esposto il mio ricredermi, appena compiuto il misfatto, a sangue fresco. Le note vi ruotano, cozzano tra loro, ma è il rimettersi in discussione che salva l’uomo sinceramente pentito. E’ questo il vero “Disco Inferno” , i Tramps della Disco (1976) sono “rimossi”, proprio perché scappa via la spensieratezza della “disco music” nel vinile della Trident, si disquisisce del pentimento, malore dell’incoscienza, il bimbo diventa improvvisamente adulto, si sveglia dal “torpore cominciato dalla deviazione da Cristo”, passando dallo stato di incoscienza allo stato di coscienza. L’anima principia ad assumere un abbozzo di forma. Non si staglia sul dimenare i fianchi, l’orizzonte del progressive, esso scava nelle fondamenta della fragilità umana, nel fraintendimento dell’esistenza, nelle cadute percettive delle illusioni. Abbattuti come bovini al macello, i nostri pensieri (labili?) si spalancano comunque alle fiamme dell’avvicinamento del Biglietto per l’Inferno ai Tramps, ma è che la mente progressive è avvezza, in partenza, a questo tipo di deviazioni critiche…ed autocritiche. Il rimedio è sempre in agguato: Bruno Martino, che artista progressivo non è, in “Il pianoforte e Tu” (1980), canta, rivolgendosi alla propria fidanzata “… a forza di ascoltare per anni disco music t’hanno mezzo incretinita”. Per quelli come noi, esiste un prima e un dopo, non solo cronologico, nel compiere un omicidio, ed è il Sacramento della Confessione, attraverso il suo lavacro, a trasformare il dopo in prima, è un ridiscendere agli inferi, scottarsi e risalire la china, nell’atto contrizionale, incapsulato nell’Atto di Dolore. L’atto criminale è il clou di un’esistenza condizionata dall’elemento perverso, assimilato nella psiche, inclusivo del modo di accettare passivamente il mondo, elemento che andrebbe isolato prima con l’aiuto della musica antidemagogica, indi gestito con l’autocontrollo: ecco quanto giocherebbe il ruolo dell’uomo vero nei momenti critici, più difficili da dominare, ove, il più frequentemente a livello reattivo, odio e vendetta vincono il perdono. Non voglio circoscrivere i demeriti della “disco”, ma la fissa per quel tipo di musica, alla lunga finisce per “datare il messaggio”. Al contrario un ” Biglietto per l’Inferno” è opera eterna, senza data, in qualsiasi momento tu lo faccia girare sul piatto, può essere il 1974, il 1602 o il 4888, ci ricorderà “il prima e il dopo”, liberando energie propiziatorie per riascoltarlo senza fine, per disporre di una catarsi senza fine (quindi per non sbagliare più, e averne verghetta da rabdomante). Conviene qui citare il filosofo Manlio Sgalambro, che, nel suo breve trattato “Contro la musica. Sull’ethos della musica”, contenuto nel recente libro “De mundo pessimo” (Milano 2004), fa accenno alla musica progressiva, in grado di “aggiustarlo qua e là (il mondo), metterci una pezza affinché possa essere ancora usato”.

 

La musica progressiva si colloca, in effetti, super partes, poiché macina ogni cosa, buona o cattiva, e la ricicla benignamente, a nostro esclusivo vantaggio. Rendiamo conto che stiamo gravitando nell’orbita di solo sette note, nell’Universo: è difficile allora scuotersi di dosso l’appiccicaticcio di denaro, fama, potere. Molti sono finiti male, altri hanno superato, come Carlos Santana, i temibili vischi, nuotando al di là della libertà. Quest’ultimo è uno dei personaggi più progressive, in quanto vita e musica si intrecciano irresistibilmente in un ideale connubio di carnalità e spiritualità, le cui tracce sono nelle orecchie di tutti, guardando all’itinerario della sua fantastica carriera tuttora in fibrillazione. “In to the fire” ci avevano buttato i Deep Purple, ma il candore progressivo del Biglietto per l’Inferno riuscirà a togliere ogni bruciatura dalla nostra epidermide, troppo maltrattata dalle mazzate di John Lord e affiliati. Il tutto e il contrario di tutto, si diceva. Appunto, Carlos Santana non è Claudio Canali. Se fossero uguali, il prog non esisterebbe, ci sarebbe l’”appiat”, ossia la musica “piatta”. Gli stessi Beatles non sarebbero più loro se non avessero preso “molti spunti dalla musica rinascimentale, con particolare riguardo, ovviamente, alla musica elisabettiana”. La tesi “allarmante”, ma non facciamoci troppo sentire in giro, è che le masse giovanili abbiano abboccato all’esca della sessualità facile, attraverso il mito della rivoluzione sessuale (“Forse molte anime giovanili non conoscerebbero certe cadute, se fossero illuminate convenientemente sulla ricchezza che il battesimo ha deposto in loro: non bisogna aver paura di predicare ai giovani e al popolo le verità dogmatiche più grandi; non bisogna immiserire il dogma”-Itala Mela). Da ciò l’appiattimento, l’automatizzazione del comportamento delle masse giovanili verso gli abissi dell’infimo e, quindi, l’omologazione totale nello svilimento del livello minimo di standards accettabili. Eppure, anche un figlio dei fiori rimane “uomo”, con le sue assolute normalità reattive “da uomo”, nel bel mezzo del rivoluzionario costume del “free love”, come si nota nel film d’annata (1968) “Psych-out” di Richard Rush, in cui, tra la musica psichedelica dei Seeds e quella dei Strawberry Alarm Clock, il protagonista, impersonato da Jack Nicholson, si ribella alla vista dell’amico che gli sta “soffiando la ragazza” in omaggio alla nuova etica del sesso. Il senso di ribellione scaturisce dall’impulso d’amore, dal “tirar fuori l’anima” (psych-out) insito nel moto di gelosia per la propria donna…e dal fango emerge, incorrotto, il sentimento, imbarazzante elemento antirivoluzionario, ancorché spontaneo, libero, genuino, ma nobile e non animalesco (cfr. “…l’amore vincerà di nuovo…” dal LP “L’uomo” – Osanna – 1971 Fonit Cetra). Conseguenza ulteriore e retaggio di tale stato di cose si sono registrati, nel corso dei successivi anni ’70, nell’autodistruzione delle droghe, dell’alcol, fino alla barbara esecuzione di omicidi. Tutto ciò, prevedibilmente, attraverso la perdita dell’autocontrollo, inteso come “allacciamento della cintura di sicurezza” tra il cervello e la coscienza, sede del cuore naturale, ossia del sentimento puro. Il “dominio di se”, in fondo, non si compra, come il cibo per gatti, al supermarket, ma è lenta conquista, a partire da una buona impostazione culturale, mai deviata dal rock, tenuta costantemente integrata e perfezionata da esso.

 

Il progressive, come movimento musicale recettore delle inconcludenze e dei dilemmi del giovane, primo tra tutti “il morire in auto il Sabato Notte”, ha dato egregiamente soluzioni d’apertura mentale (open mind) e potrebbe, in futuro, porsi come “risolutore pocket” dei moderni drammi del popolo della notte, per indicare surrogati, ancora possibili, “al gettar la vita alle ortiche”. Un compact disc di progressive italiano devia, in automobile, “dal dimenare i fianchi in discoteca”, e non devia, con l’automobile, dalla strada maestra: tutto sommato, è meglio del cinema, col prog, la dimensione acustica della verità…di una serata diversa. Serata da trascorrere in auto a dimenar la fantasia contro la moda forcaiola del ballo-sballo. Il genio di Igor Strawinskij imperversa ancora nelle brume dei nostri “mattini n’guacchiat e’ suonn”, allorché, pionier progressivo, esso recuperò “anche i polifonismi rinascimentali, ed il recitativo secco al clavicembalo, ed il Rag-Time”. Al pari, un singulto di compunzione aleggia tra la strumentazione e le corde vocali del sublime sextet che dovrebbe ovunque “accudire” le nostre sciagurate ore del moderno “Sabato del villaggio”: Claudio Canali alla voce, al flicorno tenore e al flauto traverso, Giuseppe “Baffo” Banfi alle tastiere, Giuseppe “Pilly” Cossa all’organo e al pianoforte, Marco Mainetti alle chitarre, Fausto Branchini al basso, Mauro Gnocchi alla batteria. Sono le danze della disintossicazione dal “così fan tutti”. L’emozionale dimensione mistica che troviamo in certi angoli di Caravanserai di Santana e in molti “siti” dei tedeschi Popol Vuh, nel Biglietto per l’Inferno è rigidamente fissata alla loro poetica, “un alone di morte” che, come vedremo più avanti, è preludio a nuova vita, una piattaforma di lancio verso altri lidi in cui neanche vago è il presagio della fine, perché ogni istante è ardore, sfavillio, eterna luce del rinnovarsi nelle acque della purificazione. Gli inebrianti profumi che avvolgono le sensazioni di lasciar perdere per sempre lo sbattimento della discoteca. In Santana si avverte l’Islam, nei Popul Vuh il Buddismo, nel Biglietto per l’Inferno il Regno di Cristo. Nelle tre “prove di ascolto”, il fortunato fruitore matura l’impressione, che a poco a poco cementifica in lui la comprensione dell’anima, che la vita è un dono ma anche soffio, breve passaggio da cogliere al meglio, da non sbabanare, per “tutta” la sua durata, nel triviale. Immortalare il proprio sè nella fuggevole “virtù di coscienza” può essere l’antidoto che il “prog” regala, anche il Sabato Notte, senza timore (“Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? – Mc 4, 40) . E’ la conquista del seme nascosto in noi, a riconquistarci alla vita, la chiamano “apprensione della speranza”, è il vero “gratta e vinci”. A pensarci bene, lampo di genio, essa sfringuella in densissimi attimi, già sperimentati tra solchi d’ indimenticabile vinile. E’ un bagliore tuttora presente nel “Bussa già la fretta di te” della Premiata Forneria Marconi, o in “Francesco ti ricordi in una dimensione nuova, a contemplare il mondo in sensazioni inedite” de Gli Atlantide o, ancora, in “… e ti vengo a cercare, con la scusa di vederti o parlare…perché ho bisogno della tua presenza, per capire meglio la mia essenza” di Franco Battiato”.

....continua        

 

© 2016 Fra Claudio, Minucciano, LU
Foto di © Eleonora Galli
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